Il mio “Imprinting”

I luoghi che per me sono stati “impressionanti” sono quelli circostanti il mio paesino di origine, Roccasecca, in provincia di Frosinone. Quella Roccasecca forse nota a qualcuno per il film in cui Totò durante un comizio urlava:”Vota Antonio, Vota Antonio!”

Bene, questa cittadina, di circa 10000 abitanti, si adagia per metà sulle pendici del monte Asprano e per l’altra metà sulla pianura sottostante, con il castello di San Tommaso D’Aquino a troneggiare dall’alto e un piccolo fiume chiamato “Melfa” che scorre su un lato del monte.

Le prime immagini che riesco a ricordare di questi luoghi sono quelle che vedevo dalle finestre di casa di mia nonna, che costeggiava la ferrovia. Splendidi campi dorati di grano e tabacco che si estendevano quasi fino all’orizzonte.
Bastava poi affacciarsi dall’altro lato della casa, quello che dava sull’orto sul retro per vedere il paesaggio mutare notevolmente: alla distesa di campi si opponeva il centro abitato che scalino per scalino si inerpica sul pendio del monte Asprano, quasi a volerne raggiungere la cima.
Il monte Asprano che ogni anno, ritualmente, il 7 marzo scalavamo a piedi in occasione della festa di San Tommaso, evento ultrareligioso per la comunità, rito di passaggio goliardico per noi ragazzi che prendevamo la festività come l’occasione per accamparci proprio all’interno dei ruderi del castello di famiglia del Santo per stare insieme, lontani dagli eccessivi controlli dei genitori. Altro ambiente questo, che mi ha segnato profondamente l’immaginario con il ritmico susseguirsi dei terrazzamenti riservati a uliveti e a pascoli, dove qui e li spuntavano casette di pastori come fossero partorite dalla montagna.

Mi ha segnato particolarmente proprio per la profonda differenza col paesaggio che avevo più vicino, la pianura, poiché se nella pianura gli attori e le sceneggiature erano soltanto manufatti prodotti dall’uomo, con l’aumentare del frastagliamento del suolo iniziava questo sinuoso fondersi del costruito con la natura che dall’alto ribadiva il suo potere incontrastato.

Mi dividevo allora (avevo appena iniziato ad andare in bici senza rotelle), tra l’esplorazione di campagne pianeggianti oppure di zone collinari, finché un bel giorno mi ritrovai al punto di confluenza delle due zone dove succedeva qualcosa di incredibile per il “me” di allora, la terra si apriva in due e mi ritrovavo inghiottito dalle “Gole del Melfa”, piccole gole naturali estremamente ricche di vegetazione che per me costituirono uno shock all’inizio ma che in fin dei conti erano un nuovo territorio da esplorare, conoscere e tastare. E cosi feci, conobbi ogni centimetro quadrato di quei luoghi.

Ciò che per me era motivo di interesse era la continua persistenza di un luogo rispetto all’altro e il continuo interpenetrarsi tra di essi, non c’era mai una linea specifica di separazione ma tutto si mescolava in maniera fluida come pennellate di un quadro espressionista.
I vicoli del centro storico erano una perfetta rappresentazione antropica delle Gole, e al tempo stesso i sentieri del monte Asprano, ricoperti di fitta vegetazione creavano tunnel di verde, quasi del tutto identici ai tunnel che gli alberi formavano sulle strade nelle belle stagioni, una continuità di atmosfere che difficilmente vorrò dimenticare.

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